Thursday, November 19, 2009

Notturno invernale

Le notti sono più lunghe adesso, come avevo accennato. Le notti invernali non mi sono mai particolarmente piaciute. La lunga oscurità un tempo era portatrice d'ansia e di paura per il giorno che sarebbe venuto. Adesso no. Adesso il sonno prevale improvviso su tutto, su esigenze di lettura, di studio, di lavoro e di conversazione.
Crollo sul cuscino, solo alcuni momenti per fantasticare su una vita migliore e, dopo appena sette ore, il parossismo dei miei vortici quotidiani riprende.
Le notti non fanno più paura.

Ammetto, vorrei passarle altrove. Vorrei liberarmi di questi spettri che dipingono le mie pareti come quadri disperati di Munch. Vorrei portarmi dietro solo i ricordi belli di questi ultimi dolorosi 15 anni, quei pochissimi che costellano le dita della mia mano destra. E poi basta.

O forse ancora: vorrei abbandonarmi a queste notti di stanchezza esausta senza la cognizione di dover tornare alle stesse pareti il giorno successivo. Pareti che vedo sempre al buio o alla luce artificiale, e per questo invece ringrazio le lunghe notti invernali. L'oscurità che mi accompagna quando esco e quando ritorno. Che mi permette di passare inosservata. Che mi consente di scomparire nei miei silenzi. Che anelo. perché ultimamente il silenzio è un lusso che mi viene concesso a piccole gocce. E di cui sono grata del sapore.

Quest'oscurità comincia a regalarmi, come ogni inverno, il desiderio della scrittura. O meglio, in questa congiuntura particolare della mia vita, la scrittura del desiderio. Come sulla torre di Babele che infuria nella mia mente, un miscuglio di lingue che cominciano finalmente a districarsi. La creatività ritorna. La creatività legata alla scrittura, perché quella legata alla mia vita già imperversa da mesi.
Il blog riparte, ed anche quell'altro nel mio secondo idioma, quello promesso da mesi che si era bloccato nell'indecisione esistenziale del mio da farsi, anche quello scorrerà fluido sotto le mie dita. Su questa tastiera seminuova che così poco ho utilizzato ultimamente.

Le notti così lunghe vanno quindi sfruttate. Solitarie, ma alla mia solitudine mi ci sono ormai abituata da anni e mi tiene compagnia come una cara amica. Non la temo, non la odio, come non odio la pioggia e la tempesta, come non temo l'incertezza che mi pervade.
Come rimedio universale, scrivo.

Si parlava di desideri e di sogni in qualche post passato e già dimenticato. Sono tutti qui, una folla indomita ed indomabile. Sono parole, simboli, segni. La semiotica della passione. Perché quella non è stata oscurata dalle lunghe notti nordeuropee. No. La passione, finalmente ritrovata dopo anni di soffocato letargo, è viva e vegeta, alive and kicking e chiede attenzione e riflessione.
My full attention.
Rieccomi.

Friday, November 06, 2009

November, sweet November



Ritorno, con un sospiro. Mi ha ispirato Valentina, con il suo post sui desideri e sui sogni. Non è una cosa *solo* femminile, mi ha risposto. Tutti abbiamo desideri e sogni. Ma sento di continuare questo dibattito rispondendo che siamo noi donne più spesso, troppo spesso, quelle lasciate ai blocchi di partenza. A raccogliere i cocci.
Quanti lettori di sesso maschile storceranno il naso a questa affermazione? Non posso farci nulla.

Nelle ultime settimane ho rivissuto dolorosamente i miei ultimi 15 anni. Ho spacciato e scambiato clandestinamente desideri nascosti con altre donne di vissuti simili. Ho rimischiato il mazzo di carte ancora ed ancora ed ancora in caso mi fossi sbagliata. Ho analizzato e rianalizzato i ricordi ancora ed ancora ed ancora in caso si fossero fusi e distorti a causa di neurodinamiche cognitive di misteriosa definizione. E sempre lì mi sono ritrovata: ai blocchi di partenza. In quella posizione che ha consentito ad altre persone di fare carriera, andare avanti, discriminare, vivere, guadagnare, sprecare. A discapito di chi, come me, è stata ad aspettare, abbindolata dalle promesse di un futuro migliore. Mi sono ritrovata dove temevo. Ancorata a quel passato che mi ha tarpato le ali proprio a causa della mia femminilità negata e sacrificata. In virtù delle regole scritte-non scritte da una società prevalentemente maschile.

Ho tagliato le catene dell'ancora, con la fiamma ossidrica della determinazione di chi non percepisce il passare del tempo. Con la coggiutaggine di chi ancora si aggrappa a quei desideri ed ai quei sogni che molti relegano all'adolescenza. Di chi ancora crede ai principi azzurri delle favole e agli uomini non dico perfetti ma good enough perché no. Degli uomini che vivono le proprie passioni e le condividono con le donne, senza chiedere l'annullamento della propria personalità. Con l'ostinazione di chi spera che i propri figli abbiano ancora una remota possibilità di diventare degli adulti completi, un giorno.
L'ostinazione di chi spera.

Novembre nel frattempo mi si è abbattuto addosso con le sue notti troppo lunghe e troppo scure. Le mie giornate cominciano e finiscono nell'oscurità, in piedi alle sette o anche prima ed ancora non c'è tregua prima della mezzanotte. Lavoro incessante, sottopagato. Ritmi frenetici di una single parent senza alcun network di supporto. Amici troppo lontani. Nessun familiare.
Qualcuno sussura get a social life. Apriti al mondo, lascia che il mondo entri nella tua vita. Suggeriscono le voci amiche.
Come fare capire che è difficile avere una vita sociale quando non si ha un minuto libero per diciotto ore di fila. Tutti i giorni. Inclusi i weekend. Quando si contano gli spiccioli in tasca e si saltano i pasti per comprare un regalino ai figli. Come fare capire che, alla base di tutto, questa è una scelta mia? Che non tornerei indietro di un passo e che sono proprio questi sogni irrealizzati e probabilmente irrealizzabili la mia cocaina quotidiana, la droga che mi tiene in piedi nonstante la mancanza di soste, di vacanze, di carezze, di spalle su cui piangere senza vergogna, di persone con cui ridere senza ritegno?

No regrets. Neppure di un passo tornerei indietro. Verso quegli anni di encefalogramma piatto, di vita senza desideri. Mi sono riappropriata dei miei sogni. Dei miei sospiri. Dei miei ideali, dei miei principi azzurri. Sono tornata alla mia adolescenza incompiuta. Senza un soldo in tasca, circondata da castelli in aria e nuvole che si muovono veloci.
Nell'aria cristallina di novembre sono una squatter di una vita che non mi è appartenuta fino ad ora. Probabilmente crollerò, prima o poi. Mi ritroverò stremata su un pavimento freddo e nudo. O forse su una di quelle nuvole veloci, preferisco immaginare. In uno di quei sogni irrealizzati. In un paese lontano, o vicino che differenza fa? In una dimensione diversa, in cui tutti questi giorni interminabili appartengono ad un ricordo lontano.
Chissà.
Grazie per la pausa, torno al lavoro.

Tuesday, October 13, 2009

Small steps, long steps, fast steps.

La vita è fatta di passioni. Chiamamole anche ossessioni. Ma senza passioni/ossessioni, la vita diventa un encefalogramma piatto. Uno di quei sonni di cui non ci ricordiamo i sogni. Uno di quei libri che non riusciamo a leggere. Uno di quei film che ci annoiano e da cui ci distraiamo continuamente.

La mia vita, per oltre un decennio, era diventata uno di quei libri dal contenuto confuso, che potrebbe anche essere fatto di pagine vuote e stanche.
Improvvisamente, le pagine si sono riempite. Le mie giornate si sono riempite. Faticose ed affannate. Ma intense. Le passioni sono ritornate. Sotto forma anche di ossessioni. Ma ossessioni positive, costruttive.

L'essere madre non è più quella catena pesante di recriminazioni, depressioni e solitudini che mi ha trascinato per anni verso il fondo senza possibilità di ritorno. Senza una luce verso cui dirigersi. Senza possibilità di redenzione.
No, l'essere madre è diventata una sfida. Una passione.
I miei studi, una passione. Il mio lavoro, una passione.

Non ho più un minuto libero. L'apatia mentale e fisica che per anni mi ha abbattuto al suolo si è sollevata da me come un macigno. E non mi sono mai sentita così leggera. È tornata la passione degli ideali politici. La convinzione delle mie idee che dichiaro con fierezza.

E nei pochi momenti liberi, corro. Come ho già accennato in altri post, passi piccoli, lunghi, veloci. Nel mio mp3 player la mia ultima ossessione musicale, Bell X1, di cui vi regalo il video di una delle loro più belle canzoni e delle parole che riassumono bene il mio stato d'animo del momento.

Molte cose sono cambiate. Molte cose sono fallite, ma non ho rimpianti. Non ho pentimenti. Il mio spirito è libero di fronte alle difficoltà, i debiti, le bollette da pagare, un futuro senza pensione, un presente da single, due figli intimoriti dagli avvenimenti ma anche incuriositi dal fatto che la loro madre si sia risvegliata e sia cambiata così all'improvviso. Dal fatto che la loro madre, prima così assente e distante, adesso sia effettivamente interessata a loro.
No, non sono cambiata, loro non lo sanno. Non mi hanno mai visto così nella loro breve vita. Sono tornata ad essere quello che ero prima che la vita quotidiana mi prendesse a pugni. Ho ripreso il discorso interrotto, le pagine del libro che non riuscivo più a seguire, i sogni che non riuscivo più a sognare, il film che non riuscivo più a guardare.

Non scrivo più così spesso su questo blog e mi scuso. Davvero, è mancanza di tempo. Ma il libro va letto, il film va guardato, il sogno va sognato. E qualunque sia il finale, non importa. Perché ho finalmente la sensazione esuberante di un quotidiano che non lascia neanche un minuto ridondante all'assurdità di una vita senza propositi.
'Cos this one's for me.




This one's for you
This one's for me
This one's for you
What must I be?
I've got a nervous feeling over you
But who am I fooling,
I like airline food

I need to feel whole
I need to feel young again
I need to be bold
and start using my tongue again

They can laugh as they cry
They can cut till I bleed
But I ain't losing
'Cos this one's for me

Tuesday, September 22, 2009

And then, that text message...



Questo è un post totalmente inconcludente. Ma a volte ce n'è bisogno, un semplice flusso di parole che non vuole trasmettere messaggi o iniziare crociate politiche e grandi missioni umanitarie. Forse uno scritto di ringraziamento o semplicemente di sfogo. Parla di una giornata come tante, una di quelle giornata trascorse tra il mio desk all'università, il mio umile porto sepolto che mi isola dalla realtà con grande sollievo quotidiano, ed il mio lavoro principale -quello non retribuito ne' riconosciuto- che mi porta da una riunione all'altra nelle varie scuole che il figlio difficile ha dovuto subire in tutta la sua catastrofica esperienza con la pubblica istruzione. Niente di nuovo nella riunione di oggi, il solito catalogo di fallimenti, di cose che non funzionano. Tutto in modo compassionevole, senza accuse, inframmezzato da frequenti how do you cope? e da richieste da parte dello staff scolastico di how can we help? we know Asperger Syndrome is hard e così via. Mio figlio è esausto, non ce la fa con il ritmo delle scuole superiori e si cercherà una sorta di programma part-time fino ed anche, perché no, una scuola alternativa. La solita storia. La differenza è che durante il meeting il figlio in questione esplode in una crisi di nervi -anche qui la solita storia- nel corridoio proprio fuori dall'ufficio in cui preside ed insegnanti cercavano in modo onesto e costruttivo di trovare insieme a me un'alternativa. Tre persone, io, l'insegnante di sostegno (dall'aria parecchio preoccupata) ed un'assistente, ci hanno messo dieci buoni minuti a calmare lacrime e rabbia. Per poi riprendere la riunione in modo disilluso, quasi disperato.

La maschera, mia, la stessa. La madre accademica, quella che fa ricerca su Asperger Syndrome per vivere, quella che lavora all'università e cerca di impressionare insegnanti e presidi con linguaggio ricercato, tecnico, sicuro. Quella che tiene intatta la maschera anche davanti ad un figlio che evidentemente soffre perché i suoi neurocircuiti non sono come quelli di tutti gli altri e che non ce la fa ad affrontare questo enorme mondo complicato, confuso, rumoroso.

La riunione finisce, amichevole, amara, si cercherà una soluzione, iniziamo da subito il part-time, parte del lavoro sarà fatto a casa e sarà a carico mio. Ma non è una novità. Cercherò un terapista, che non si trova, cercherò un'altra scuola. Che non si trova. La maschera, la corazza, rimane impassibile.

Poi, un messaggio sul cellulare. Non lo leggo subito, sono impegnata e cerco di mantenere un'aria serena (ci vuole molta concentrazione) di fronte ai figli, per quello che soffre e per la sorella che si sente lasciata da parte ormai da anni. Leggo il messaggio, è l'insegnante di sostegno.
I hope he feels better now. I hope you are OK. I am really sorry for how he feels in school but I meant to tell you that he is really improving. Let me know if you need any help.
Ed improvvisamente, la corazza si disintegra, la maschera si sbriciola. Le lacrime cominciano a scorrere irrefrenabili e non richieste, portandosi dietro rivoli di mascara. Mi chiudo in una camera lontano dai figli che non devono, non possono vedermi in questo stato. Realizzo in solo due righe di testo la differenza tra insegnanti ed educatori, questi ultimi con la consapevolezza che il loro lavoro è una vocazione, una missione che aspira al benessere ed alla serenità delle persone coinvolte. Mi rendo conto in una sola schermata di telefonino che ne basta una sola, forse due, di persone come questa nella vita di una persona per ridarti la speranza e la fiducia in un'intera categoria professionale.

La prossima settimana mi ritroverò una classe di diciottenni al primo anno di università appena iniziato, pieni di entusiamo ma anche di ansia, che penderanno dalle mie labbra perché io sarò il loro tutore, il loro assistente, il loro sostegno. Mi ritroverò anche quattro o cinque studenti con Asperger Syndrome a cui farò anche da tutore personale, one-to-one. Non solo un sostegno, spero una presenza costante tra le loro difficoltà.
Non vedo l'ora. Perché da tempo ho capito che questa è davvero una vocazione. Perché ho capito che a volte una sola persona, due righe di testo, una parola sentita, possono fare la differenza in un momento difficile.
Tutto sommato, questa è l'etimologia della parola supporto. E fuori c'è anche il sole.

Monday, September 14, 2009

Dieci piccole rivelazioni



Ok. Sono stata assente per troppo tempo e mi cospargo il capo di cenere. Ma giuro, non è colpa mia. La vita sa essere difficile, lo sapete tutti, e gli ultimi mesi sono stati uno di quei momenti. Non mi sono addormentata però, ne' mi sono ripiegata in me stessa. Semplicemente, non ho trovato tempo e non volendo scrivere banalità pseudoesistenzialiste, ho preferito deviare sul cazzeggio di Facebook.
Alla fine ci ha pensato l'amica Bastian a farmi uscire dal tempestoso twister in cui sono rimasta invischiata da numerose settimane, coinvolgendomi in questo premio o meme che dir si voglia ma che accetto con curiosità perché mi costringe alla riapertura ufficiale del blog dopo la lunga pausa di riflessione, e mi costringe, soprattutto, alla confessione. Quest'ultima attività non mi riesce mai molto bene ma di tanto in tanto un detox virtuale non può dare altro che benefici. In pratica (copio ed incollo per pigrizia direttamente da Bastian Cuntrari), nel ricevere il premio e quindi nel postarlo, si è obbligati a dire pubblicamente dieci - e non di più - cose personali più o meno note; non importa se scioccanti rivelazioni o inconfessabili segreti... basta che siano assolutamente vere.

La verità, su una piattaforma virtuale, può venire distorta inconsciamente o volontariamente. Si sa, si costruiscono nuove identità, ci si mistifica, si tende a confondere il lettore, ma alla fin fine, come dopo le ultime gocce di una bottiglia di buon vino consumate in sincera compagnia, la verità trasuda sempre inevitabile. Lascio al lettore attento dunque il compito di discernere la fiction dalla non-fiction nel decalogo che segue. Vita come un romanzo? Ancora meglio: un romanzo che rispecchi la vita.

1. Mi sono detestata -letteralmente- detestata per 44 anni. Allo scoccare del quarantaquattresimo compleanno, improvvisamente, mi piaccio. Non mi amo, ancora l'innamoramente narcisistico non ha scalfito la mia dura corazza deterministica, ma finalmente mi son detta: ho un cervello non male, idee che reggono le discussioni più agguerrite ed anche davanti alla dura selezione darwiniana dello specchio, reggo alla competizione delle più giovani (adesso più che dieci anni fa, dico con orgoglio). Ancora detesto farmi fotografare, ma non si può avere tutto in una volta, eh? Per cui, cari vecchioni, la vita comincia a 40 anni. Non dimenticatelo, mai.

2. Dovessi tornare indietro, non sceglierei la maternità. Sono una madre sbagliata. Non sono i figli che mi hanno portato dolori e disappunto, anzi, sono una parte integrante ed irrinunciabile della mia vita, ma la maternità. La mia esperienza di madre mi ha portato isolamento, disperazione, perdita dell'autostima. La mia vita si è interrotta per più di un decennio. Ho perso quasi tutti gli amici, gli interessi, gli amori. Adesso mi ritrovo con due figli quasi adolescenti che stanno finalmente diventando due persone davvero interessanti, ed un cumulo di macerie da ricostruire. La ricostruzione è intrisa di entusiasmo ma indietro non ci tornerei , neppure per un momento. Non permetterò mai, costi quel che costi, a mia figlia di ripetere questa orribile esperienza. Non la lascerò sola e se deciderà di non avere figli, ancora meglio.

3. Sono atea, darwinista, marxista e leggo un sacco di libri scomodi, sia fiction che non fiction. Mi sono talmente stufata di tutte le religioni organizzate che non ne voglio neppure più sentir parlare. Sono diventata intransigente all'incontrario. Molti dicono che peggioro ogni anno attorno all'anniversario di 9/11. Forse perché la data corrisponde anche alla data del mio matrimonio fallito.

4. Ebbene sì, sto scrivendo un libro. Ne leggerete pezzetti e pezzettini in un altro blog che inaugurerò a presto (contento, Gap? :D). Purtroppo la storia è in inglese. Fornisco traduzioni ai non anglofili interessati, però ;)

5. Odio il caldo afoso, le folle vacanziere, gli aeroporti affollati. Il mio amore per tutto ciò che è oceanico, vasto e ventoso sta rasentando tendenze maniacali. Clinicamente potrebbe essere una reazione alla mia claustrofobia che in tutti questi anni non sono mai riuscita a mitigare. Una claustrofobia non solo mentale ma anche esistenziale. L'oceano rappresenta l'orizzonte vasto di vita che per anni sono solo riuscita a guardare dalle finestre della mia prigione psicologica, quella vita che non sono riuscita a vivere forse perché mi faceva paura, forse perché era comodo così. L'oceano è il mio futuro.

6. Detesto la campagna, la vita bucolica e pastorale, l'ottusità degli agricoltori, allevatori, mungitori, redneck e chi più ne ha più ne metta. Voglio la città, possibilmente dal milione di abitanti in su. La gente che ti si striscia addosso, la folla, il rumore, il turbinío, il traffico. Ancora una volta, la vita. Amo gli autobus presi al volo, le metropolitane scricchiolanti, gli altoparlanti, i semafori, i musei, i cinema, le insegne luminose la notte. E prima che qualcuno dica qualcosa, sì, continuo ad odiare Milano.

7. Amo gli uomini intelligenti, l'intelligenza maschile mi attrae come una calamita, un magnete irresistibile. La stupidità invece mi provoca repulsione immediata, così come tutto ciò che è mascolinità becera e sessista. Berlusclown rappresenta la quintessenzialità di questa beceraggine ignorante, di questo QI misurabile solo in numeri negativi, di questo viscidume viagratico che provoca ancora -con orrore- sorrisetti condiscendenti in tanti nostri connazionali. Ma scusate, devo interrompere questo punto perché l'immaginazione di quell'individuo in atti promiscui mi sta causando un attacco di nausea incontrollabile.

8. Non sopporto più l'Irlanda ed ho deciso di andarmene. Ancora non so quando perché i figli non sono ancora indipendenti, anche se la tentazione di portarmeli dietro e lontano da questo paese di immense contraddizioni è forte. L'Irlanda ha sprecato un'occasione su un piatto d'argento, nell'ultimo decennio, di diventare un paese all'avanguardia, evoluto, efficiente. Un paese felice. Invece ha sperperato i soldi pompati dalle banche in mutui irragionevoli e SUV, guidata da una classe politica irresponsabile. E mentre io e pochi altri continuavamo a chiudere gli occhi ed a contare fino a 100 prima di esplodere dalla rabbia, il gregge dei nouveau riches accecati dal consumismo e dalle lampade abbronzanti belava senza ritegno. La bolla è scoppiata, the party is over, noi ve l'avevamo detto e adesso i giovani fanno i bagagli più in fretta che possono. Io, nella mia nuova gioventù ritrovata, comincio a ripiegare i miei indumenti nelle mie vecchie valigie. Il party, per me, non è mai iniziato. In compenso, ho ritrovato i miei sogni.

9. Sono vegetariana, tendente vegan. Non solo per la mia intolleranza al lattosio e la ripugnanza per tutto ciò che è ovino, suino, bovino, aviario, ecc ecc, ma anche perché mi sono davvero stufata, e da anni, dell'abbuffata generale dell'occidente industrializzato che non sa neppure cosa finisce nei propri piatti. Se mi invitate a cena, prepartemi una bella ribollita, delle melanzane alla parmigiana, un bel risottino vegetale. Ecco, quelli li accetto.

10. Corro. Quotidianamente, tendiniti permettendo. La corsa è il mio atto liberatorio, l'attività che mi permette di annullarmi per un'ora, persa nella musica del mio mp3 player, dimentica dei rumori, dello stress, delle lotte, delle amarezze, delle delusioni. Non c'è antidepressivo che tenga. Metro dopo metro, chilometro dopo chilometro, macino sotto la suola gommosa delle mie tattered runners tutti gli asti ed i risentimenti, mentre rincorro i sogni ritrovati, le aspirazioni, le illusioni. Mi sento un po' come Forrest Gump a volte, corro senza sapere perché e senza sapere percome. Non so la destinazione, ma la destinazione è laggiù da qualche parte. In ogni caso, non è la destinazione che è importante, ma il percorso, il respiro intermittente, il sudore, i crampi, il rumore battente delle suole sul selciato. Enjoy the ride.

P.S. So che avrei dovuto nominare altri dieci blogghisti, ma non me la sento di dare preferenze. Tutti i miei lettori si autoassegnigno il premio e propaghino il meme, please. Oggi è un giorno di festa.

Tuesday, September 01, 2009

Di giorno in giorno



Non ho perso l'abitudine di scrivere. Semplicemente, in questi ultimi, intensi mesi, la scrittura richiede una volontà più ferrea. Una self discipline che non posseggo o che comunque ho perso nel vortice degli avvenimenti.
Sono sopravvissuta a quest'estate. In qualche modo. Mi sento forte, ed allo stesso tempo stanca. Ma non fragile. Ho perso l'abitudine di cadere a pezzi, di disintegrarmi.
Guardo il tempo che passa, come un film al rallentatore. Mio figlio stamattina ha iniziato le scuole superiori. Una giornata breve, giusto per integrare le nuove matricole in una scuola di 700 alunni, un'altra sovrappopolata falla nella barca che affonda del sistema scolastico di questo paese. Un paese che vorrei tanto lasciare, al più presto, verso nuovi orizzonti di rinnovamento.
Ma è solo un sogno.
La realtà è qui, invece, Tra qualche ora saprò se il figlio in questione ha bruciato la scuola, insultato il preside, intrapreso comizi contro la scuola dell'obbligo e le religioni organizzate, e lanciato slogan contro il conformismo sociale. Mi chiedo da dove prenda queste idee...
Ma non ho perso l'abitudine di scrivere. Il mio diario virtuale continua, continuerà su vari fronti e diverse piattaforme. Un po' più riflessivo, un po' più personale. Sicuramente creativo.
Un buon settembre a tutti, con grande sollievo.

Saturday, August 15, 2009

Le prime luci autunnali



Le ultime parole famose del mio post precedente, fino ad ora l'influenza accaunoenneuno mi ha pure risparmiato. Solo due giorni dopo la pubblicazione di quel post, l'infame influenza si abbatte con furore sul mio tranquillo domicilio, decimandone i componenti, uno dopo l'altro. Nulla di traumatico, per carità, se non fosse che l'intera debilitante esperienza è durata più di due settimane, incluse varie infezioni degenerative con cure di antibiotici annesse.
Mi ritrovo dall'altra parte del tunnel cosciente che l'estate qui al nord è quasi finita, il sole si è inclinato sull'orizzonte in quella splendida angolazione presettembrina e le mele maturano, rosse e rotonde, sugli alberi ancora verdi. E non me ne sono neppure accorta fino ad oggi.

Una sensazione di sollievo mi pervade. Da una parte, una probabile immunità acquisita che mi consentirà di sogghignare quando il resto del paese si ritroverà febbricitante a letto tra un paio di mesi, dall'altra la coscienza che uno spiraglio di nuova vita si riaprirà alla fine di agosto, all'inizio del mio mese preferito in assoluto, come ho già detto e ripetuto, settembre.

Una breve nota dunque, e neppure tanto eclatante. Vi ricordo che il ferragosto si festeggia solo in Italia (e Spagna forse) e che qui la vita continua tranquilla, ad una settimana dall'inizio delle scuole (almeno quelle superiori). Soprattutto, che la vita continua. Nonostante io abbia acquisito lo status ufficiale di disoccupata, uno status da cui ho cercato di rifuggire per mesi in completo denial ma a cui mi arrendo con rassegnazione, pur piegandomi al rito delle inutili tre/quattro domande di lavoro inviate quotidianamente e del tutto inutilmente in un paese in piena recessione.

Le prese di coscienza aiutano, tuttavia, e danno forza, sopratutto ora che ho sto smettendo di tossire e che sto ritrovando anche quel vigore fisico che virus, batteri e penicilli mi avevano sottratto dispettosamente.

Le giornate si accorciano e tiro le mie somme in questa luce dorata di pomeriggio inoltrato. Realizzo che ho ritrovato vecchi amici e che ho risolto questioni irrisolte e che prima o poi le valigie colme di remore esistenziali, desideri repressi e sogni nel cassetto raggiungeranno la destinazione prescelta ed esploderanno disseminando il contenuto a raggio senza possibilità di scampo.

Il prossimo post segnerà la "riapertura" dei miei cancelli mentali, delle attività che si assopiscono ogni anno in questi due mesi di pausa forzata. Per l'ultima volta in vita mia, mi sono detta, e qui lo scrivo cosicché in 12 mesi mi possa ricordare di questo bivio esistenziale, in cui ho dovuto fare una scelta. E con fiducia, spero di aver optato per quella giusta.

Ci rileggiamo a settembre.

Saturday, July 18, 2009

Giusto per non perdere l'abitudine



Come i tre lettori rimastimi rammenteranno, io odio l'estate. Nonostante quest'anno il mio impopolare sentimento persista, è senz'altro mitigato. Gli eventi esterni aiutano. Sono rimasta nel clima mite nordeuropeo e con mia gioia ho pure la salute, nessuna ernia al disco e fino ad ora l'influenza accaunoenneuno mi ha pure risparmiato. Che pretendere di più.
Avevo promesso di parlare di nuovi progetti ma ancora attendo, abbiate pazienza, questo post è per noia, fedeltà ai miei tre lettori e soprattutto Internet addiction. Non so stare lontana dai blog ed anche se la mancanza di tempo non mi ha consentito partecipazione fedele nelle ultime tormentate tre settimane, due righe ve le butto lì, giusto per fare due chiacchere, giusto per non perdere l'abitudine.

Quest'anno oltretutto qui nella mia roccaforte nordoccidentale abbiamo avuto pure un sentore d'estate. Non che abbia causato una reale differenza alla mia situazione personale, ma almeno consente un po' di vita all'aria aperta e lunghe passeggiate/corse che portano ad altrettanto lunghe riflessioni. Ho anche riscoperto il piacere del daydreaming, quell'attività che in genere compensa la mancanza di lavoro regalataci dalla recessione mondiale e dal fallimento del sogno capitalistico dell'America Bushiana. Con molta rassegnazione ho smesso anche di inviare curricula, ho deciso che lo spreco di carta ed email non vale la pena. Dopo essermi fatta le mie consuete masturbazioni mentali sulla mia pigrizia e depressione cronica, ho scoperto che in realtà molti disoccupati irlandesi hanno preso la mia stessa risoluzione: basta rincorrere mulini a vento ed attendiamo i tempi migliori che Spockbama ci promette nella sua atarassica logicità. Bene, così non mi sento in colpa, e comunque da settembre partono nuovi progetti certo non starò con le mani in mano. E comunque compro solo coi saldi. Oggi ho acquistato due magliette a 2 euro l'una e mi sono sentita importante. Il mio contributo all'economia irlandese che ormai rassomiglia sempre più ad un Titanic sventrato ed affondante.

Per cui, non viaggio, così non aggravo la mia carbon footprint, non consumo, così non faccio i giochetti delle banche, spendo tutti i miei risparmi nel lavoro ortodontico del figlio (giusto così per tenermi allenata sulla futilità dei miei conti in banca), leggo, studio, scrivo, guardo DVD di seconda mano di tutti i film che mi sono persa l'inverno scorso, vado a correre tutti i giorni e nel frattempo sopporto a malapena i miei doveri genitoriali. Rimane sempre il mio desiderio di un viaggio lontano da tutti e tutto. Ma quello, nella prossima vita.

E mentre mi dilungo nel mio daydreaming e nel mio ozio mentale di sapore ariostesco, oggi mi capita sotto gli occhi un articolo dell'Irish Times Magazine: nulla di strepitoso, un giornalista che ha perso il lavoro perché si è visto chiudere in faccia le porte della rivista per cui lavorava da un decennio. Una storia comune. Ma invece di piangere e recriminare, ha deciso di fermare il tempo e cominciare a sorridere. Un esercizio che tutt'ora io non riesco a praticare, nonostante la determinazione. Però vi copo e incollo il suo decalogo, che mi sono vista sotto gli occhi come una rivelazione. Di cose sapute e risapute. Fa piacere però leggerle e fa piacere che non sono l'unica a provarci:

1. Nothing is good or bad but thinking makes it so.
2. Money makes us happy, but once you reach a surprisingly modest income level, how much you earn doesn’t really affect your happiness.
3. Beware of status anxiety.
4. Advertising is predicated on the lie that you are somehow inferior. Avoid it.
5. Find work that completely absorbs you.
6. Practise gratitude. And smile. Now.
7. Are you smiling?
8. We tend to overestimate the amount of happiness that good fortune will bring – but we also overestimate the amount of unhappiness that bad fortune will bring.
9. Don’t have lots of friends. Have a few good friends.
10. Have vital engagements. Believe in something larger than yourself.


Vi abbraccio. Sappiate che ci sono ancora, con i miei sogni ad occhi aperti e le mie utopie.

Monday, June 29, 2009

Intermission



Il mio discorso politico è giunto ad un momento di saturazione. Non perché non credo più, o perché ho perso gli ideali. Il dibattito continua. Ho semplicemente raggiunto un momento di stallo, per la sovrapposizione di molti, troppi pensieri. Ho questo problema dalla nascita.
Nonostante ciò, mai mi sognerei di abbandonare questo blog. Questo blog è il mio punto di contatto con le menti affini che si aggirano per lo cyberspazio. Finestra virtuale su un mondo di opinioni, di nuove identità, di doppi vissuti.
No, non mi sognerei di abbandonarlo.
Però. Da parecchio tempo ho in mente un nuovo progetto. Datemi il tempo di raffinarlo. Di riempirne gli interstizi. Di renderlo ostico. Datemi il tempo, ahimé quello manca. Un breve intervallo dunque. Nei miei ritagli di tempo, tra una domanda di lavoro rifiutata e l'altra, tra una pagina scritta ed una letta, tra un sogno ed una lavatrice, mentre guardo la polvere che si accumula e mi crogiolo tra mille preoccupazioni familiari, ecco, in questi ritagli raffinerò il mio nuovo progetto e ve lo sottoporrò. Al vostro scrutinio, dei miei pochi ma intelligenti lettori.

Ho perso un po' la direzione, tutto qui. forse perché la mia vita è a una svolta, così tante cose sono successe negli ultimi mesi. Così tanti cambiamenti mi aspettano nel prossimo futuro, ne sono quasi intimorita ma allo stesso tempo affascinata. Un'ansia positiva, un'aspettativa urgente. Ho solo bisogno di un momento per raccogliere le idee. E per creare qualcosa di nuovo.

Parlerò ancora di politica e di società. Per ora ho solo una necessità immaginativa che giace da troppo tempo in un disco rigido. Una memoria abbandonata che ha l'urgente bisogno creativo di essere ripresa e manipolata.
Nulla più. Mi farò risentire presto. Prima che questa incredibile estate irlandese termini, ve lo prometto. Non vi consentirò di dimenticarmi. E nel frattempo continuerò a leggervi, instancabile.
Blogghisti si nasce. È una mutazione genetica che non lascia via d'uscita.

Saturday, June 20, 2009

Long, forgiving sunlight



Siamo al solstizio e ci sono quasi 20 ore di luce al giorno, qui in Irlanda. Ed anche quelle quattro, misere rimanenti ore superstiti non riescono a produrre un'oscurità completa. Rimane il riverbero da nord-ovest, immaginazione di quei luoghi polari che non vedono il tramonto.
Non è l'inizio dell'estate. La mia estate quest'anno è iniziata molto, molto tempo fa. A prescindere da variazioni climatiche ed alternarsi di pioggia e sole, la mia estate quest'anno è un lungo solstizio esistenziale.

Mi sento privilegiata per tutta questa luce, che sfida velleità notturne e di sonno. Perché io non chiudo le tende quando dormo. Le lascio aperte e lascio che l'ambiente circostante invada la mia casa attraverso i vetri. Non ho mai voluto isolarmi, chiudere le porte in una prigione oscura.
Sono grata a questo periodo dell'anno, a questo cielo senza nuvole, a questa brezza nordoccidentale, sono grata alla luce incessante che stasera mi accompagnerà fino alle undici senza darmi tregua.

Osservo la mia gatta. Lei non dorme, ai solstizi. Connessa strettamente all'animalità dei suoi istinti, non dorme quando vede il sole, non dorme quando non è notte. Mi infastidisco inizialmente quando mi sveglia alle sei del mattino chiedendosi perché io continui a dormire in pieno giorno. Ma poi le do' ragione. Ho dormito abbastanza. Ho dormito per un decennio e più. Lunghi anni di incessante inverno. Dormire sarebbe sbagliato con tutta questa luce, ed ha ragione a svegliarmi.

Ringrazio questa Terra dunque, per l'incessante ondeggiare sul suo asse planetario, per la sua incessante centrifuga di notti che inseguono i giorni, di inverni che seguono le estati e di solstizi che si alternano in questo gioco rotante di stagioni. Noi passeremo come meteore, trascinandoci dietro le nostre frustrazioni ed i dilemmi umani tra il giusto e l'ingiusto, l'etico e il morale, il malvagio ed il divino. Trascinandoci fino alla fine i nostri quesiti irrisolti come remore mentali e fisiche, le zavorre che ci impediscono di navigare liberi nelle nostre brevi vite. La Terra no, non conosce tali impedimenti. E continua a girare sul suo asse e ad oscillare tra stagioni, equinozi e solstizi. Ci dimenticherà, questo pianeta, quando noi non esisteremo più. Non siamo necessari alla sua evoluzione.

No, non abbiamo capito nulla. Voi tutti politici di questo pianeta, non avete capito nulla. Voi tutti guerrafondai e pacifisti di questo mondo, non avete capito nulla. Voi tutti filosofi, pensatori, blogghisti e scrittori di questa Terra, non avete capito nulla. Non abbiamo capito nulla. Venti ore di luce, oggi e domani, che mi daranno tempo di riflettere sulla mia ignoranza. E mi perdonerò, nonostante tutto, metterò da parte i miei peccati veniali e i miei egoismi, addormentandomi leggera nella luce estiva, non arrivando ad alcuna conclusione.
Tutto sommato, mi va bene così.

Thursday, June 11, 2009

25 anni



Sono passati 25 anni. Il tempo vola, è incredibile. Ed in mezzo a tanto marciume e a tanto schifo, ho proprio voglia di ricordare qualcosa di puro e di pulito appartenente alla cultura italiana. Voglio ricordare quel groppo in gola guardando i funerali alla TV. Voglio ricordare così, senza troppe parole ma con una delle mie foto preferite, la sua purezza ideologica e la sua dedizione.
La sua morte, un ricordo triste. La sua vita, un ricordo speciale, un approdo sereno nel marasma che dilania l'Italia contemporanea.
Un quarto di secolo. Ma non lo abbiamo dimenticato.
Ciao Enrico.

Monday, June 08, 2009

Political Zen



No, non è un altro post di commento sui risultati elettorali. Vi risparmio, so che ne avete avuto abbastanza. Queste sono due righe di riconciliazione con tutto quello che è stato scritto negli ultimi mesi. Una chiosa al mio ultimo post che ha scatenato commenti appassionati e pieni di rabbia e frustrazione. Commenti che conservo con rispetto e stima, perché hanno un valore estremo.
Non ci sono stati ne' vincitori ne' vinti. Qui in Irlanda nessuna sopresa: la coalizione al governo è stata umiliata e frantumata, le opposizioni si sono ingigantite ed adesso si passerà molto probabilmente alle elezioni politiche. Ma forse l'Irlanda è un caso isolato. L'Europa vira a destra, commenta The Guardian, e vi invito a leggere le più autorevoli parole del quotidiano britannico a proposito, dato che io non ho ne' la forza ne' la voglia di commentare.
No, questo post non è pubblico, è privato. Eviterà commenti sulle sorti viagratiche dell'Italia velinizzata. Molto è già stato scritto con passione nella mia precedente missiva.
Invece voglio parlare di un equilibrio politico finalmente da me raggiunto, anche grazie a voi, amici blogghisti, che mi avete dato esempio di militanza persistente.

Sostengo da tempo il partito labourista irlandese, supporto che continuerà imperturbato finché vivrò in questo paese. L'ho votato con soddisfazione e convinzione, sentimenti che invece non provavo per alcun partito in Italia. Però ho deciso di votare anche per le prossime politiche italiane. Non per spirito patriottico, dato che sono una convinta internazionalista che non crede a bandiere o inni nazionali. Non per rispetto ad una sinistra italiana frammentata che non riesce a trovare una direzione unanime e se non fosse per l'intelligenza e determinazione dei suoi sostenitori si troverebbe ormai a minimi storici. Non voterò per nessuna di queste ragioni.
Voterò invece per rispetto all'Europa. Perché un paese come l'Italia di questa congiuntura storica non può e non deve esistere all'interno dell'Unione. Perché è inutile criticare i governi bulgari e turchi ed allo stesso tempo accettare in silenzio ciò che sta avvenendo nel belpaese. Voterò in virtù del mio internazionalismo, perché l'Italia finisca di essere uno zimbello internazionale e rientri, a poco a poco ma con determinazione, nello scenario della decenza politica europea.

Tutto qui. Lascio le riflessioni sui risultati agli altri, io invece mi rilasso nella mia nuova presa di coscienza. Non una missione politica, ma etica. Non confondo i due concetti perché il mondo, e soprattutto l'Italia, da tempo ormai dimostra di non essere in grado di sovrapporli.
Un grazie di cuore a tutti coloro che hanno contribuito e contribuiranno al dibattito.

Tuesday, June 02, 2009

The show must go on



Vedi Berlusconi (non ti do del lei perché non meriti il mio rispetto), era da tempo che volevo scriverti direttamente ma non ho mai trovato un minuto da sprecare, dato che la vita in genere ci aggrava con problemi più pressanti, che ne so, bollette da pagare, figli da curare, suoceri anziani da sopportare, eppoi i media hanno notizie più interessanti e ben più serie dell'annedotica sulle tue peripezie semi-pedofile, che ne so, 1 miliardo di persone cronically hungry, il clima planetario impazzito, le intelligenti misure economiche di Obama, la crisi di governo in Irlanda....

Però... sai, io sono famosa per i però... ultimamente ti si vede fin troppo sulle news internazionali. No, non parlo della stampa manipolata italiana, quella che tu definisci con orrore comunista, parlo della stampa bolscevica di lingua inglese, quei libelli veteromarxisti del calibro del The Times, Financial Times, New York Times, The Guardian, The Huffington Post... una massa incredibile di propaganda di reminiscenza sovietica che ormai sbatte in prima pagina il tuo sorriso clownesco e le ragazzine vittime delle tue sbavanti voglie senili. Ma che dire? Nonostante cerchi di mimetizzarmi tra le folle celtiche che parlano l'idioma sovversivo della libera critica, sono italiana, ho l'accento che mi tradisce, l'aspetto che non concede dubbi, il cognome su un passaporto che mi trascino senza convinzione o certezza. Nonostante i miei 18 anni di incognito, mi ritrovo ancora ad evitare con accuratezza strategica qualsiasi discorso sulla politica italiana con chiunque incontri... perché, ebbene sì, mi vergogno.

Come ho scritto spesso su questo blog, il mio rapporto con l'Italia non è facile. Non lo è mai stato, per varie ragioni, private e pubbliche. Però stavolta siamo davvero alla frutta. Pensavo di essere protetta dalla lontanza geografica, ma la preponderanza post-geografica dell'Internet e dei media globali ha travolto le mie difese e fatto breccia nel mio bunker ideologico. Non passa giorno ormai in cui non veda la tua faccia, con la solita espressione tra l'idiotico ed il demenziale, su un giornale, un blog, un notiziario televisivo di lingua inglese.
E ne ho avuto abbastanza.

Non c'è riparo dunque. E se quelle milionate di connazionali instupiditi dalla tua propaganda che ti continuano a votare non lo capiscono, concludo che non c'è riparo non solo dalla tua presenza nociva ma anche dalla presenza di una nazione in toto, che ha calpestato secoli di cultura ed intelligenza. Decenni di immagine positiva all'estero, costruita da gente con intelligenza e fascino che ha guadagnato premi nobel, oscar, fama e rispetto.
Tutto in cenere, carbonizzato dalla politica della pagnotta e del qualunquismo. Ciò che rimane di quest'italietta stuprata ed umiliata è il tuo ghigno ottuso sulle pagine dei giornali. Ed un senso intollerabile di nausea.

La morale di questo post? Venerdì, con gioia e sollievo, andrò a votare per il mio candidato labourista irlandese al parlamento europeo. Da cittadina europea di doppia nazionalità, da sempre mi è stata data la scelta di votare per i candidati europei di entrambe le nazioni. Ovviamente, avevo già deciso mesi fa. La differenza sostanziale è che ho effettivamente incontrato la persona che riceverà il mio voto venerdì. In questi paesi bolscevichi, si chiama canvassing, ovvero i candidati politici vanno tra la gente, a porta a porta, a prendersi insulti o complimenti tra gli elettori. Devono guadagnarsi la loro credibilità. Il candidato che voterò (Alan Kelly, per la cronaca) ci ha incontrato durante una pausa pranzo all'università, girava tra i tavoli, parlava con gli studenti e lo staff, stringeva le mani, parlava di politica. Gli abbiamo fatto domande, lui era arrabbiato con il governo, si è dichiarato socialista (che all'estero non equivale a Craxiano, ma è ben più a sinistra del PD di Franceschini...) ed ha espresso ideologie a me affini. Good enough for me.

Invece, caro Silvio, le tue veline non le conosco, ed infatti mi rivoltano. Non so nulla neppure dei candidati del PD, perché come ho detto le tue gesta ormonali hanno monopolizzato le notizie provenienti dal belpaese. E, soprattutto, ho perso la fiducia.
Non la speranza. Credo in un'Europa ancora in grado di acquisire un'unità ideologica e di intenti. In un'Europa che relegherà presto il belpaese in un isolamento culturale talmente frustrante, che anche l'italiano più autarchico della penisola dovrà risolversi a cambiare.

Un tempo, neppure tanto lontano, essere italiano all'estero aveva il suo fascino. Un'immagine di cultura, una storia di immigrazione e contraddizioni, violenza e mafia ma anche Fellini, Dario Fo, Calvino e nomi come De Niro, Coppola, Rubbia, che ci facevano sorridere con sottile orgoglio alla loro menzione. Adesso più nulla. Il deserto culturale e politico, riempito solo dagli strepiti fascisti al parlamento e dalle tue pagliacciate mediatiche.
Chauvinist buffoon, ti definisce The Times. Incornicio la definizione, merletto linguistico intriso di alterigia anglosassone ed illuminata libertà di espressione. Rinnego la rappresentanza del mio paese di origine che ti è stata data da una maggioranza di connazionali che disconosco.
E, finalmente, dopo tanto diniego reagisco con rabbia e disgusto. Perché davvero, non ne posso più.

The show must go on, Mr. Berlusconi. Il mondo andrà avanti nelle sue politiche costruttive o di autodistruzione, dipende dai punti di vista, ma andrà avanti. Nel frattempo, la tua italietta ancorata al qualunquismo verrà degnamente rappresentata dal vuoto essenziale della tua immagine che trascende ogni logica di decenza.
E qui concludo la mia missiva, semmai raggiungerà la tua percezione. Non mi importa. Ho ancora la speranza che qualcosa accadrà, un giorno, e sostituirà lo schifo con l'orgoglio di una discendenza intelligente.
Per ora, mi sento tradita dal mio codice genetico.

Friday, May 22, 2009

L'orrore. La paura. Il dolore.

Si chiamavano industrial schools. Un termine eufemistico, quasi innocente, per riformatorio. Erano tutte dirette da ordini religiosi. Uno, in particolare, i Christian Brothers. Un ordine religioso che in mezzo secolo si è tramutato in una congregazione di sadici pervertiti. Pedofili. Psicopatici.
È cosa ben nota a chi vive in Irlanda. In passato, sei eri "strano", se avevi dichiarate tendenze pedofile, violente, pervertite, non lo si diceva in giro. Non si cercava aiuto. No. Si entrava nell'ordine. Perché i fratelli ti avrebbero protetto. Avrebbero coperto le tue azione, i tuoi stupri, la tua violenza. Nei confronti di bambini. Ragazzini. Non ancora adolescenti.

Molti sono finiti nelle industrial schools. Bastava rubare una tavoletta di cioccolato, perché eri povero cronico e lo stato se ne strafregava della tua disperazione. Perché eri orfano ed il resto della tua famiglia faceva la fame. O semplicemente perché eri diverso, non funzionavi bene a scuola.

Le industrial schools. Gironi danteschi. Luoghi di sofferenza, di indicibili torture, fisiche, psicologiche, sessuali. Tutte perpretrate da componenti del clero. Preti, frati, suore. Protetti dal vaticano. E si dichiaravano cristiani. Cattolici.
Ma ciò non avveniva solo nei riformatori. Gli abusi e le torture in Irlanda erano comunissimi. Scuole religiose, oratori. Fare il cherichetto era un'attività a rischio.

150.000 bambini, nella relazione ufficiale sugli abusi perpretrati dalla chiesa, stuprati e torturati, ma è solo la punta dell'iceberg. Chiunque qui in Irlanda conosce qualcuno che ha subito abusi da parte di un membro della chiesa cattolica. O ne è stato lui stesso vittima. Lei stessa, anche. Le ragazzine non erano immuni. Tutti sapevano. Lo stato, le famiglie, i dipartimenti della pubblica istruzione. Tutti sapevano, un'inaccettabile omertà o meglio, complicità.
E adesso? Adesso che tutto ciò è stato sbattuto in faccia ai media di tutto il mondo? I Christian Brothers chiedono scusa. Le vittime hanno già manifestato chiaramente dove i cari fratelli se le possono infilare queste scuse. Vogliono una commissione dell'ONU che apra un'inchiesta senza precedenti. Vogliono che l'ordine religioso venga chiuso. Eradicato. Che i pervertiti vengano incarcerati e che le chiavi vengano buttate via, per sempre.

Ma non avverrà. I Christian Brothers hanno furbescamente stipulato, nel 2002, un'accordo con il governo irlandese, quello che ancora leccava i piedi alla chiesa, secondo il quale saranno i contribuenti a pagare le vittime, non la chiesa. Furbetti furbetti. Dusgustosi.

Non riesco a trovare le parole adatte a descrivere la mia rabbia. Non riesco più a fingere. Le nuove generazioni sanno, ascoltano, le news non hanno avuto pietà. Ormai la chiesa cattolica qui in Irlanda è fallita. I miei figli sanno del mio ateismo, ma cominciano a formarsi idee autonome. Non vogliono avere niente a che fare con gli stupratori, gli omofobi, i misogeni. I preti. I frati.

Certo, qualcuno obietterà, ci sono anche persone oneste nella chiesa. Ed io rispondo con un detto inglese, too little too late. Niente potrà mai compensare il dolore di questi bambini che sono diventati adulti psicologiamente fragili, senza sicurezza, senza legami affetivi. Generazioni di alcolizzati. Di depressi cronici. L'Irlanda ha uno dei tassi di suicidio maschile più alti del mondo. E ci si chiede quale sia il motivo. One in four. Così si chiama l'associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali in Irlanda. Si chiama così perché un bambino su quattro fu abusato, picchiato, stuprato fino a solo una ventina di anni fa. Una cifra enorme.

Immaginate, se potete, solo per un momento. Se potete, perché è inimmaginabile.
Avete dieci anni. Avete rubato del pane, perché avete fame, non avete nulla, tutte le scuole vi hanno chiuso le porte in faccia perché avete i vestiti stracciati, le scarpe bucate. Vi arrestano, vi sbattono in un riformatorio.
Un luogo di silenzi, di notti buie. Terrificante, per un bambino senza legami affettivi, senza modelli a cui appoggiarsi. Il silenzio della notte è interrotto da frequenti grida. Il bambino non sa perché, non riesce a capire. Fino al giorno in cui, inevitabilmente, capiterà anche a lui. L'iniziazione. Svegliato nel mezzo della notte dal prete di turno. Il più sadico, quello di cui hanno paura tutti. E poi il silenzio. Il lavoro semi-schiavistico durante il giorno, attività dure di manovalanza minorile che servivano a rimpinguare le casse già staripanti di chiese e conventi.

Immaginate. Immaginate questo terrore, nessuno a cui comunicarlo, nessuno nelle cui braccia rifugiarsi senza secondi fini, senza perversioni. Immaginate questo bambino diventare adulto, senza la capacità di formare una relazione, un affetto, un legame. Senza ricordi di Natali, compleanni, mascalzonate con gli amici. Questa persona. La cui unica strada fuori dal tunnel della depressione è spesso il suicidio.

Fiera di essere atea.

Sunday, May 17, 2009

Subterranean Homesick Blues




Non so come spiegare. Sicuramente capita anche a voi spesso. È tre giorni che questa canzone mi gira nella testa. Ovviamente, parlando di Bob Dylan, il termine "canzone" è molto riduttivo. Lo uso per semplice comodità.
Il video lo conoscete tutti, uno dei video più quotati della storia dei media. Le parole però ve le riporto di seguito, perché vorrei scriverle sui muri di tutte le scuole di questo paese. Anzi, di tutti i paesi occidentali. Vorrei volantinarle a tutti i ragazzini e adolescenti ancora ignari del presente e futuro che li aspetta. Queste parole hanno 44 anni. Bob Dylan avrebbe potuto tranquillamente scriverle ieri. Ma forse questa è la qualità inimitabile di tutti i grandi poeti, essere in grado di trascendere la temporalità delle mode e tendenze.
Stamperò questo testo e lo darò ai miei figli. Un verso evidenzierò, don't follow leaders.
C'è sempre un motivo per cui delle parole, una melodia, una frase ti gira in testa e ti tormenta. Non mi meraviglia che il vecchio Bob abbia bussato alla porta del mio subconscio per tutti questi giorni.

Johnny's in the basement
Mixing up the medicine
I'm on the pavement
Thinking about the government
The man in the trench coat
Badge out, laid off
Says he's got a bad cough
Wants to get it paid off
Look out kid
It's somethin' you did
God knows when
But you're doin' it again
You better duck down the alleyway
Lookin' for a new friend
The man in the coon-skin cap
In the pig pen
Wants eleven dollar bills
You only got ten

Maggie comes fleet foot
Face full of black soot
Talkin' that the heat put
Plants in the bed but
Phone's tapped anyway
Maggie says the men they say
They must bust in early May
Orders from the D. A.
Look out kid
Don't matter what you did
Walk on your tip toes
Don’t try No-Doz
Better stay away from those
That carry around a fire hose
Keep a clean nose
Watch the plain clothes
You don't need a weather man
To know which way the wind blows

Get sick, get well
Hang around a ink well
Hangin' bell, hard to tell
If anything is gonna sell
Try hard, get barred
Get back, ride rail
Get jailed, jump bail
Join the army if you fail
Look out kid
You're gonna get hit
By losers, cheaters
Six-time users
Hangin' 'round the theaters
Girl by the whirlpool
Lookin' for a new fool
Don't follow leaders
Watch the parkin' meters

Oh get born, keep warm
Short pants, romance
Learn to dance, get dressed
Get blessed, try to be a success
Please her, please him, buy gifts
Don't steal, don't lift
Twenty years of schoolin'
And they put you on the day shift
Look out kid
They keep it all hid
Better jump down a manhole
Light yourself a candle
Don't wear sandals
Ya can't afford the scandal
Don't wanna be a bum
You better chew gum
The pump don't work'
Cause the vandals took the handle

Thursday, May 14, 2009

My Dream Zen Cousine

Sono al termine di due settimane complicate e faticose, un rollercoaster emotivo su cui non mi dilungo. Oggi mi sono presa mezza giornata libera e per liberarmi lo spirito da quelle giornate oscure mi sono regalata un'ora e mezza di yoga ed una sorta di bucato virtuale. Ovvero un post.
Il risciacquo però non prevede ulteriori commenti sui corsi e ricorsi storici di un'Italia dimentica del suo passato, ne' certo includerà riflessioni sulla recessione, sul fallimento dei sistemi capitalistici e sulla rabbia dei malcapitati risparmiatori irlandesi che troppa fiducia hanno dato alle banche. Ne' ho certo intenzione di disquisire su vicende personali perché proprio da quelle ho necessità di depurarmi.
Nulla di tutto ciò.
Ho intenzione invece di aprire un nuovo capitolo in questo sconclusionato diario virtuale, un capitolo che già da tempo volevo inaugurare. Ovvero una sezione che parla di cucina, di ricette (non necessariamente vegetariane, nonostante la mia notoria avversione alla carne), di convivialità, di ingredienti, di padelle e condimenti.

Sbalorditi? State già controllando l'URL in caso siate capitati sul blog sbagliato? Che l'autrice di questo blog cupo, esistenzialista, cinico e pessimista soffra di multiple personality disorder?
Tranquillizatevi. Il blog rimane lo stesso ed io non ho perso totalmente la testa (almeno per ora).
Sento però il bisogno, in tutto questo caos, in tutto questo disquisire, dialogare, vociferare, protestare, di un angolo di totale leggerezza. Insostenibile forse, ma necessaria almeno per un attimo quando le emozioni si fanno troppo contrastanti. Perché a volte semplici ingredienti combinati assieme esprimono più di mille pensieri.
Spero che questa diventi una tavola imbandita aperta a chiunque. Ruberò le vostre ricette (Luz, attendo ancora il tuo tabbulé) naturalmente dandovi i diritti di autore.
Ed inizio io, con la cosa più semplice del mondo, un'insalata.

In realtà ho bisogno di colori, oggi il cielo è grigio ed il mio umore è simile. Per questa fame di verdi, rossi e gialli, staserà preparerò un'Avocado Salad, con i seguenti ingredienti:

Due avocado (o avocadi?) ben maturi
Due cipolline verdi (di quelle col gambo lungo, in inglese si chiamano scallion)
Un peperone giallo o arancione
Feta (formaggio greco di pecora)
Un po' di lattughina a foglie piccole (lamb lettuce)
Pomodorini a ciliega
Coriandolo fresco
Un lime
Olio di oliva, pepe (sale se volete, io non lo uso mai)

Semplicissimo. Tagliate in due gli avocadi, togliette il nocciolone e con un cucchiaio separate la popa intera dalla buccia (se sono maturi è un'operazione facilissima). Tagliateli a fettine tipo mezzelune. Aggiungete la lattughina, le cipolline tagliate sottili, i pomodorini interi, il peperone tagliato a listine ed il feta tagliato a cubetti. Guarnite con il succo del lime ed abbondante coriandolo tritato, olio di oliva e pepe. Mescolare gentilmente. Mangiare con del pane fresco integrale, anche di farro e avena.

La mia pausa è finita. Torno leggermente più rinfrancata alle mie attività quotidiane. Spero di dividere la mia tavola e cucina con voi più spesso e spero che questo capitolo di ricette diventi un grosso volume.
Buon appetito.

Wednesday, May 06, 2009

Sul sole, la pioggia e la variabilità dei pensieri



Amo l'incoerenza della primavera irlandese, l'alternarsi di piogge tiepide e di azzurri solari. Amo il verde che rinverdisce ulteriormente, senza mai ingiallire o disseccare. Perché questa è una lunga stagione che si metamorfizzerà impercettibilmente in un'estate senza estremi, forse tra un mese, una settimana, un giorno.

Amo la leggerezza di queste parole, scritte in attimi rubati alle corse quotidiane. Senza rimorsi o sensi di colpa, perché appunto leggere come queste brezze e piogge.
Chi non è abituato al clima irlandese, chi proviene da latitudini di certezze metereologiche e di stagioni solide, non riesce a farsi una ragione di questa mutevolezza. I turisti del primo maggio si meravigliano quando scoprono che il clima della giornata a venire non sarà quello con cui ci si risveglia. Come il mio umore: non è mai a lungo quello del risveglio. Come la mia quotidianità: disordinata e mutevole.

Molti si chiedono come faccia a vivere senza routine fissa, senza un piano determinato, senza vacanze programmate, weekend organizzati, pasti prefissati. Si chiedono come faccia a vivere così, come le piogge che vengono dal Golfo del Messico.
Eppure non saprei vivere in altro modo. Non solo perché non mi è permesso dalla mia realtà quotidiana, ma anche e soprattutto perché non ho mai appreso la metodologia della pianificazione, la scienza del life management.
Possiedo un'agenda, tuttavia: un filofax che mi è stato regalato da un marito esasperato dalla mia smemoratezza. La uso per gli appuntamenti dei figli dal dentista, per le riunioni importanti, per annotare qualche compleanno.
Il resto è brezza, nuvole fuggenti.

Non voglio indovinare il mio prossimo pensiero, programmare il prossimo libro che leggerò oppure cosa metterò nell'insalata stasera. Mi lascio travolgere dall'ineluttabile tempo che scorre, tuttavia senza rifuggerlo. Assaporando i suoi momenti, anche i più amari.
Perché tra una nuvola e l'altra, c'è anche il sole.

Tuesday, April 28, 2009

Out of Italy



Il mio post precedente, ammetto, può suonare disfattista. Il mio modo di vedere la politica italiana e, soprattutto, le alternative all'odierno sistema cabarettistico, può addolorare chi invece ha ancora speranze per il futuro. È per questo, caro Gap, che le risposte ai tuoi commenti non bastavano più ed ho ritenuto doveroso un intero post di spiegazione, almeno della genesi del mio atteggiamento disilluso, quasi nichilistico nei confronti delle "sinistre" italiane. Come vedi, sinistre scritto con le ciniche virgolette che mi contraddistingono.
Questa è la storia dei motivi che mi hanno portato fuori dall'Italia, una storia che condivido sotto molti aspetti con i miei connazionali all'estero. Un'esperienza comune, di amarezza e rigetto. Ma non rigetto da parte mia. Io mi sono sentita rigettata dall'Italia.

Molti ormai sapranno che lasciai l'Italia nel '91. Motivi personali, certo, che non sto a discutere. Ma quei motivi rappresentavano solo un 50% delle ragioni che mi spinsero a fare le valigie.
Faccio parte della generazione dell'Italia di Craxi e della Milano del cognato Pillitteri. La Milano da bere, o da pere, come preferisco scrivere io con un conscio errore ortografico. La generazione di quelli che lasciavano le università sovraffollate e disorganizzate dopo un paio d'anni perché tanto non c'era stimolo, il lavoro si trovava lo stesso. Si trovava, pagato male però. Gli infami contratti di formazione lavoro. Chi se li ricorda? Contratti che consentivano lo sfruttamento dei giovani ed il (solito) profitto di chi aveva le redini. Non uso la parola padroni, anche se la veteromarxista in me ribolle.
Avevo molti ideali, molte illusioni. In una Padania in cui la Lega Nord, allora Lega Lombarda, cresceva a livello esponenziale, io collaboravo con una lista giovanile locale, nata dalla disgregazione di Democrazia Proletaria. Avevamo ideali verdi, di integrazione degli immigrati, sogni di una sinistra al potere.

Però lo stipendio era basso, bassissimo. Avevo bisogno di andare a vivere da sola, la mia era una necessità vera a causa di una situazione familiare a dir poco problematica. Gli affitti della Milano da pere erano impossibili. L'unica soluzione fu il salto nel vuoto. Fare le valige e prendere un aereo per il nord Europa.
Non fu un salto nel vuoto. Trovai un paese squattrinato ma accogliente. La cultura anglosassone (una delle cose positive che l'Irlanda ereditò dagli UK) del bedsit, il monolocale a poco prezzo che tutti gli studenti affittavano una volta compiuto il diciannovesimo anno, mi calzò a perfezione. Riuscii a sopravvivere, e non solo, riuscii a vivere bene, trovando in seguito un lavoro invidiabile. Avevo una vita che non mi sarei mai sognata in Italia.

Ancora un però... dopo un paio d'anni, mi chiesi se avevo dato all'Italia tutte le chances che si meritava. Commisi dunque un grosso errore, che pagai per anni ed anni a venire. Mi licenziai dal lavoro perfetto, lasciai a malincuore il mio appartamentino dublinese e tornai nella Milano da pere con quello che sarebbe stato il mio futuro marito, per qualche mese tra il '93 ed il '94.
Fu un'esperienza catastrofica. Ricordo con orrore gli affitti in nero ad "uso foresteria". Ricordo il precariato, ridenominato con nonchalance "free-lance". Certo, free-lance. Mi ritrovai senza lavoro senza pochi mesi. Mio marito, sebbene provenisse da un paese dell'Unione Europea (anche se ai tempi ben pochi in Italia lo sapessero) ebbe difficoltà enormi ad inserirsi. Il lavoro l'aveva perché era in una filiale dell'azienda per cui lavorava in Irlanda, sennò se lo sarebbe sognato. Non riuscì ad ottenere una residenza in dieci mesi. Non riuscì mai ad acquistare nulla sotto il proprio nome, neppure lo scassume di macchina che avevamo acquistato. Nulla. Non era residente. Non poteva permettersi neppure un medico.
Il codice fiscale per pagare le tasse però lo ottenne una settimana dopo il suo arrivo.

Aprile '94. Il famoso aprile morettiano. Avevamo già i biglietti aerei per il ritorno in Irlanda in tasca. Lo psiconano venne eletto per la prima gloriosa volta. Io persi il lavoro (per la seconda volta) una settimana dopo le elezioni. Una beffa, dato che la iena ridens aveva promesso un milione di posti di lavoro subito. Ma a quel punto non mi importava. Contavo i giorni alla mia partenza.
Quel 25 aprile fu l'ultima volta in vita mia in cui partecipai alla manifestazione in piazza a Milano. Ovviamente, era una manifestazione simbolica. Mi ricordo che c'era una bella atmosfera. C'erano gli slogan contro Berlusconi. C'era ancora una sinistra.
Fate qualcosa di sinistra, dite qualcosa di sinistra.
Il mio biglietto aereo in tasca. Il senso di sollievo quando tutto finì e mi lasciai alle spalle, ancora una volta, i problemi di sempre, la disoccupazione, Berlusconi.
L'ennesimo rigetto. È difficile spiegare. Mi sentii masticata, calpestata e rifiutata da un paese di cui tutto sommato portavo il passaporto. Mi lasciai alle spalle degli amici preziosi, persone di cui ancora adesso sento la mancanza. Meno male per la tecnologia che ci ha ravvicinato, che ha annullato le distanze geografiche. Ma non è stato sempre così. Mi sono sentita un'esule perché in quel paese non ci potevo tornare, c'erano troppi problemi irrisolti, perché quella Milano io la detestavo e non c'era nessun'altra alternativa.
Le cose cambieranno, mi dicevo. I problemi familiari sono però peggiorati. E Berlusconi è stato eletto una seconda, una terza volta. Inframmezzato dal governo-gelatina di Prodi.

Che dire, che fare dunque? Nulla. Ecco perché ho perso le speranze. Ecco perché non credo più alle alternative. Ecco perché i 25 aprile hanno perso il loro significato. Anno dopo anno. Disillusione dopo disillusione. Il mio non è disfattismo. È come una favola a cui non credi più. La tooth fairy, Babbo natale, la befana. Cresci, non ci credi più. Non vedi evidenze. Leggi la stampa estera, quella non filtrata dai governi. Leggi i blog. Vedi che le speranze sono minime, che il paese che ti aveva rigettato anni ed anni prima è sempre più a destra, sempre più razzista, sempre più lontano dai tuoi ideali. Dalle tue speranze.
E ti viene una grande rabbia.
Per questo non celebro più il 25 aprile. Perché è diventato il simbolo di tutte le mie speranze calpestate, delle radici che ho perso, di quello che ero un tempo e che non sono più. E che non posso più essere.

Tra una decina d'anni forse. Forse tornerò in quelle città che ho tanto amato, Roma, Firenze, Bologna. Tornerò per una vacanza, per delle passeggiate tranquille al tramonto. Tornerò a chiaccherare con gli sconosciuti al bar senza aver paura che il discorso cada inevitabilmente sugli immigrati che stuprano le donne locali. E forse non avrò più paura a parlare di politica. Perché ci sarà, allora, un governo dignitoso, che tiene alta la reputazione dell'italia all'estero.
Perché no, un governo di sinistra.
Utopie? Non ne ho idea. Questo è l'unico pensiero che mi sostiene e che non mi fa convertire questo blog totalmente in inglese.
Non perché non credo in voi, caro Gap e amici affini. Forse, semplicemente, non credo in me stessa. Forse ho solo paura che l'ennesima speranza, l'ennesima fiducia venga calpestata.
Un meccanismo di difesa, dicono gli psicologi.

Saturday, April 18, 2009

I predict a riot (ovvero: anatomia di un paese in fallimento)

È vero: mi ero ripromessa, qualche tempo fa, di non scrivere più di politica italiana su questo blog. La sconsolata realtà dell'argomento, la staticità senza speranze dello status quo mi lascia tutt'ora un'amarezza a scriverne, che non giustifica ulteriori righe di testo sprecate senza apparente conclusione.
Ho cercato di soprassedere dunque e resistere al macchiettismo mediatico ed alle pagliacciate sensazionalistiche che l'Idiota italico ha regalato ad un'Europa annoiata. Ho mantenuto un rispettoso silenzio davanti al dolore di una regione ridotta in macerie, dolore che lui ha invece immediatamente monopolizzato a suoi fini personali di potere. Non ho scritto, se non brevi commenti su blog amici, adducendo il solito comodo alibi della mia cronica mancanza di tempo.
Poi, l'altro giorno, mi imbatto in un appello dell'amico Gap e di blogghisti affini. Un appello alle sinistre italiane (o meglio a ciò che ne rimane) a tirare fuori i muscoli ideologici ed etici per non lasciare che, ancora una volta, la mafia monopolizzi la ricostruzione delle case e degli ospedali, già a loro volta castelli di sabbia, in nuovi monumenti alla corruzione edilizia.
Apprezzo molto l'iniziativa ma, come ho già commentato, rimango scettica. Non solo perché l'Italia non ha più un'opposizione che si possa chiamare tale. Il mio scetticismo scaturisce dalla presa di coscienza che, nel paese dei mandolini e delle mozzarelle, la basilare regola democratica del rispetto del dissenso viene ormai calpestata, giorno dopo giorno, senza possibilità di appello. Sto parlando di un tentativo di epurazione dietro l'altro. La lista è lunghissima, lascio che le parole di Travaglio vi rinfreschino la memoria. L'ultima epurazione, quella di Vauro, a causa di vignette il cui intento non era quello di ridere ma di unirsi al pianto collettivo di chi non possiede ville ad Arcore, sottolinea ancora una volta questa preoccupante tendenza al totalitarismo ideologico che dilaga a macchia d'olio nel Belpaese.

L'Italia purtroppo ha la fama e tradizione autarchica di vivere con le frontiere chiuse. Chi si scandalizza per la mite satira di Vauro, Guzzanti & co. non ha idea di cosa avviene all'estero. Non ha idea della massacrante satira politica che non lascia scampo o possibilità di appello che avviene in paesi come USA & Gran Bretagna. In America ad esempio, la satira politica ha avuto un ruolo determinante nella sconfitta repubblicana, facendo a pezzi senza pietà Sarah Palin (definita da tutti a gift from god per la satira). Negli anni '80, mentre in Italia il clou della trasgressione era rappresentato dal mite Cuore e Beppe Grillo veniva sbattuto fuori a calci dalla Rai per aver dato del ladro a Craxi (la pura verità), in Gran Bretagna la Thacher esibiva lingerie sadomaso e frustini nel dissacrante Spitting Image. La storia della satira anglosassone potrebbe andare avanti per altre dieci pagine. E mentre su The Guardian, cartoonists del calibro di Steve Bell e Martin Rowson continuano indisturbati la loro attività dissacrante che più di sorrisi vuole stimolare pensieri ed idee, nell'Italietta berlusconiana si censura un loro collega per una vignetta sommessa.
Ovviamente la vignetta è servita da ottimo pretesto. Vauro era sulla lista nera ormai da tempo immemorabile, esattamente come Santoro e Travaglio, che sarebbero già stati epurati da mesi e mesi se non ci fosse l'Europa ad osservare corrucciata gli operati del líder maximo.
Singolare però: come un individuo che si diletta con battute sui desaparecido e sull'olocausto, che insulta la dignità delle donne e chiama Obama abbronzato, si scandalizzi per così poco. E se le vignetta l'avesse disegnata un cartoonist di destra?

Vedete, cari amici, il passo dalla satira ai blog ed alla libertà di opinione è breve. Un paese che nega il dissenso, nega la stessa essenza della democrazia. Un governo che legittima la pagliacciocrazia e che disdegna l'umorismo d'autore mostra appieno il baratro d'ignoranza e cattivo gusto in cui la sua popolazione sta scendendo in massa. Ecco perché, caro Gap, sono così delusa. Ecco perché ho smesso di credere, ho smesso di votare per politici italiani, ho smesso quasi di parlare la mia lingua nativa. Ecco perché ho smesso di leggere i giornali e guardare le TV della repubblica delle banane di Arcore. Questo non è il paese in cui Dante gettava i suoi avversari politici all'inferno. Questo è il paese della macchietta legalizzata, del macchiettista per eccellenza votato da una maggioranza prorompente di Italiani.
Perdonatemi l'agnosticismo ideologico dunque.
Felice di non esserci.

Sunday, April 12, 2009

Cioccolato amaro



Oggi mi unisco al post del Russo e lo faccio con grande piacere. Quindi non per augurare una buona pasqua a chissacchí, ma per augurare a chi soffre la speranza di un futuro migliore. Senza tonnellate di cioccolata e un insensato massacro di agnelli. Una giornata come tante, una giornata di primavera trascorsa da migliaia di persone della mia stessa nazionalità in tende (non da campeggio). In cui centinaia di migliaia di persone sopravvivono in zone di guerra, in mezzo a conflitti irrisolti. In cui milioni di persone muoiono di fame.
Già, una giornata come tante. Ama il prossimo tuo come te stesso, comandò la persona a cui questa giornata è dedicata. Straordinariamente, la maggior parte dei bravi cristiani contemporanei si è dimenticata di questo straordinario comandamento.
È forse sorprendente che queste parole vengano invece ricordate da un'atea su un blog di ideologia anticlericale. Perché sono parole che ben poco hanno a che fare con la religione, con le feste comandate, con la gerarchia vaticana. Per poco hanno a che fare con il consumismo egotistico di chi pensa solo a se stesso, la nuova religione del terzo millennio. Parole che avrebbero dovuto cambiare il mondo, ma che sono state ignorate sin dall'inizio.
Chiunque le abbia dette, scritte o inventate, non ha importanza. Sarebbe bello però che la Pasqua ogni tanto assumesse il valore simbolico di tali parole. Che si tramutasse in un periodo senza consumi, senza egoismo. Un periodo di solidarietà.
Solidarietà, che parola strana. Distorta, svuotata. Commercializzata. Davanti alle tavole imbandite, non ci viene in mente.
Oggi rivolgerò più che mai il mio pensiero a chi queste tavole imbandite non le ha. Un pensiero agli amici abruzzesi. A chi è cronically hungry in questo pianeta disuguale. Ai bambini palestinesi senza pace ne' futuro.

Non mi piace il cioccolato al latte. Le rare volte che lo mangio dev'essere fondente e scuro, praticamente amaro. Sono vegetariana, come i miei amici blogghisti sapranno. Queste cose associate al mio non credere, tolgono parecchio significato alle tradizionali feste pasquali di banchetti, uova e colombe farcite.
Per cui, la mia domenica oggi, forse un po' amara ma senz'altro soleggiata e tiepida, la dedicherò a contattare qualche amico lontano. Andrò a fare un giro al parco con la mia piccola famiglia, ci ritaglieremo qualche ora di serenità lontano da automobili e computer.
Spero di incontrare per la campagna qualche agnellino, non arrostito su una tavola, ma vivo e saltellante sull'erba.
A me piace così, così ha più senso.
Vi abbraccio tutti, cari lettori pasquali.